Gli esami sono finiti…

Probabilmente i ragazzi non vedevano l’ora che arrivasse questo momento, e questo accade ogni anno, dalla notte dei tempi…

Ma che quasi un adolescente su due considerasse questo un anno sprecato non era mai successo (https://www.savethechildren.it/press/scuola-e-covid-il-28-degli-adolescenti-un-compagno-di-classe-ha-smesso-di-frequentare-la).

Gli adolescenti e i bambini sono stati i grandi dimenticati, la didattica a distanza è diventata rituale, la permanenza a casa senza incontrare altri ragazzi consuetudine, l’uso eccessivo dei computer la norma…

La maggior parte delle problematiche psicosociali e psicosomatiche degli adolescenti sono emerse durante quest’anno, le difficoltà legate all’organizzazione domestica, con uno o più figli a casa in DAD, l’adolescenza spesso vissuta a metà, senza quella parte fondamentale di socialità e spensieratezza… Sono tutti elementi che hanno pesato su questa generazione come mai prima.

Quindi che fare? 

Per prima cosa, come sempre, parlate con loro…

Chiedete loro cosa pensano di quest’anno passato, come si sentono, come hanno vissuto la scuola e le amicizie… e ascoltate se vi raccontano… Con occhi orecchie e cuore aperti… Se non vi raccontano non mollate subito la presa, va bene così… A volte è più importante che sentano di essere visti, compresi e che sentano che i genitori si interessino a loro, più del racconto in sé.

Lasciate una porta aperta, quando e se vorranno parlarvi lo potranno fare.

Lasciate che i vostri figli vedano in voi l’empatia, l’accoglienza e il supporto che un genitore deve avere, quest’anno più degli altri: voi siete stati gli adulti presenti, fate in modo che sentano la vostra presenza. Riconoscete loro che hanno superato un anno difficilissimo, che voi alla loro età non avete dovuto vivere, e che sono stati bravi, perché hanno continuato ad essere adolescenti in un periodo in cui gli si chiedeva di essere dei robot chiusi in casa, perché non hanno perso la loro umanità, e perché probabilmente, loro si, ne sono usciti migliori…. 

Se anche accadesse solo questo, non sarebbe un anno sprecato…

Mi regali un libro?

Ascolta il mio cuore

Di Bianca Pitzorno

Edito da Mondadori

Prima faccio una confessione: questo è stato il mio primo vero romanzo, e forse per questo, il mio preferito…

Le protagoniste Prisca, Elisa e Rosalba, dopo un po’ erano diventate mie intime amiche, le prime volte che ti batte il cuore per le prime cotte, le volte in cui ti batte forte il cuore per la rabbia, o quando batte veloce per la paura o lento per la tristezza… 

Insomma quando hai nove o dieci anni, inizia a batterti il cuore per i motivi più disparati… Far sentire quel battito a qualcuno che ti capisce davvero, come un’amica, condividere le passioni e le lotte contro le ingiustizie, diventare paladine di chi sta passando un periodo difficile… 

Le protagoniste sono bambine, un po’ ribelli e un po’ passionarie, paladine di un mondo più giusto e di un futuro più bello…

Le ragazze sono nel periodo di mezzo tra primaria e scuole medie, e Bianca Pitzorno riesce a descrivere quel tumultuoso e delicato passaggio come solo lei sa fare…

È un libro a cui e per cui batte il cuore, ti fa sentire grande… e, ad un certo punto pensi “capita così anche a me!!!”

La scuola è finita… anche quest’anno!

Quest’anno scolastico per infanzia e primaria è stato l’anno più difficile.

Si molto più difficile dello scorso anno!

Lo scorso anno, il lockdown vero, più duro, ha permesso ai bambini di avere maggior tempo passato in casa con mamma e papà, di beneficiare di tempi più rilassati, senza la frenesia quotidiana di sempre. Certo sono mancati i nonni, gli amici, sono mancate le gite di gruppo, i cinema e i parchi affollati… ma, per qualche mese, dei benefici ci sono stati. 

Molti genitori mi raccontano, durante l’incontro iniziale, che durante il lockdown sembrava che i bambini stessero molto meglio…

Poi è arrivata l’estate, e, nonostante sia stata un’estate molto diversa dalle altre, si è potuta respirare una normalità, anche se strana e “mascherata” …

Poi è ricominciata la scuola… 

La scuola però era proprio tanto diversa!!!

Non so se vi siete resi conto di quanto, per un bambino della primaria, sia stato difficile ricominciare, riprendere la consuetudini, gli orari, ricominciare a star seduti per tanto tempo. 

Le maestre e i compagni erano a portata di sguardo, ma non si poteva scorgere un sorriso, né avere un contatto di alcun tipo. 

Non so se avete visto le educatrici della scuola dell’infanzia del vostro bambino con i suoi occhi: mascherina, camice e visiera mettevano una reale barriera tra loro e gli adulti. 

La quotidianità, che nel primo rigido lockdown si era interrotta, adesso era tangibilmente modificata…

Lo scorso anno i bambini, spesso protetti dalle terribili notizie sulla pandemia, hanno vissuto una sorta di avventura, la scuola si faceva a casa, dal computer “come i grandi”, il pranzo lo preparava la mamma, e il soggiorno poteva essere messo a soqquadro, senza troppi richiami, anche le regole di sonno e sveglia erano meno rigide….

Certo dopo qualche mese erano stanchi e provati (sempre meno dei loro genitori!), ma l’estate prometteva bene per tutti…

Questo è stato l’anno scolastico della rassegnazione, è stato l’anno dell’interrogativo “Non finirà mai?”, “sarà così per sempre?”…

Poi, però, i bambini ci hanno stupito (lo fanno sempre)… 

Si sono adattati, hanno ritrovato una loro normalità, una loro routine, un loro modo di affrontare la nuova scuola.. 

Adesso è finito un anno scolastico che mai avremmo previsto, difficile e sorprendente. 

Dite loro che sono stati bravi, che sapete che quest’anno è stato molto diverso, forse più difficile, e che ora si meritano un riposo da supereroi… 

Ci sono stati parecchi eroi in questo periodo, in pochi hanno pensato ai bambini, piccoli grandi supereroi che hanno lasciato un anno di spensieratezza tra il 2020 e il 2021, che sognano di diventare “dottori che fanno il vaccino”, oppure di “lavorare al computer come mamma e papà” e che conoscono tutte le regole igieniche e che sanno che le maestre non hanno potuto dare loro il bacio sulla bua senza mascherina, e, nonostante tutto ciò, non hanno fatto i capricci!

Se un adolescente non vuole andare in terapia…

L’ultima volta che ho scritto dei miei amati adolescenti, vi ho parlato di tutti quei segnali a cui bisogna fare attenzione e che potrebbero celare un disagio e il bisogno di essere ascoltati…

Se sentite di aver bisogno di uno specialista che comprenda meglio vostro figlio, procedete un passo alla volta…

Scegliete un terapeuta con una formazione specifica per adolescenti, non sono adulti e perciò hanno bisogno di avere uno spazio adatto alla loro età, con un professionista che conosce la ciclicità e la variabilità delle loro emozioni e dei loro comportamenti, che saprà adattare il proprio setting a questa particolarissima e impegnativa fase della vita, e che saprà scorgere il bambino che c’è in loro. 

Scoprite, insieme al terapeuta, se quello che sospettate e di cui avete paura può davvero nascondere un disagio più profondo e lasciate che vi consigli il comportamento più efficace da adottare.

Vi rimando all’articolo “Lo psicoterapeuta infantile: sai chi sono?” se volete conoscere le modalità con cui vostro figlio inizierà un percorso terapeutico.

Naturalmente un adolescente difficilmente giocherà con bambole e trenini, ma potrà lasciarsi andare più facilmente in uno spazio decisamente meno informale di uno studio di psicoterapia per adulti. Potrà accadere che inizierà parlando del tipo che le piace o dei commenti sotto l’ultimo post di instagram; potrà presentarsi vestito completamente di nero o chissà che altro…

Esattamente come il gioco per i bambini, i social, il modo di vestire, il corpo, il loro particolare vocabolario, sono il loro modo di comunicare, di esprimere il loro disagio e le loro emozioni…

Un terapeuta adolescenziale saprà su cosa soffermarsi e saprà coglierne i significati profondi…

Esattamente come per i più piccoli, anche per gli adolescenti vale la regola che porta in terapia tutta la famiglia, genitori spaventati, sconfortati, stanchissimi, avranno il loro spazio e le loro rassicurazioni dal terapeuta, proprio come i loro figli arrabbiati, annoiati, ansiosi… 

Non si può pretendere che un adolescente cambi comportamento se nulla intorno a lui si modifica: la famiglia è un sistema e, in quanto tale, per ottenere un cambiamento ogni parte del sistema dovrà ritrovare un equilibrio perduto. 

Ora… se il ragazzo chiede o risponde subito positivamente all’idea di iniziare un percorso di psicoterapia, siamo a cavallo: esattamente come per i bambini, prima parlerò con voi per comprendere meglio le dinamiche familiari, l’anamnesi del ragazzo e le differenti visioni del problema di entrambi i genitori. Poi vedrò il ragazzo ed eventualmente gli insegnanti… 

Il nostro percorso inizia…

Ma cosa fare se il ragazzo si oppone fermamente al farsi accompagnare in un percorso terapeutico?

Innanzitutto, come regola generale, anche quando il ragazzo non vuole incontrare uno psicoterapeuta, nonostante, secondo voi, ne abbia bisogno, contattate comunque voi lo specialista.

Vi spiego meglio: uno psicoterapeuta ascolterà le vostre perplessità e le vostre paure e vi darà il giusto sostegno genitoriale per iniziare a modificare delle dinamiche familiari che sicuramente porteranno ad un miglioramento della situazione; inoltre valuterete insieme qual può essere il modo migliore per aprire la possibilità di una terapia nel vostro adolescente. 

Adesso cercate, insieme allo specialista, di comprendere il vero motivo per cui è così contrario alla terapia.

Potrebbe accadere che il ragazzo non senta quello che a voi preoccupa, come un suo problema; in questo caso potreste chiedergli di parlare con il terapeuta, che vi sta aiutando ad essere genitori migliori, per dare il suo punto di vista completando così la visione dell’intero sistema familiare. 

In questo modo scoprirà che vi state mettendo in discussione voi per primi come genitori, che non è lui il problema, o, peggio, il malato. Sentirsi parte attiva nel processo di cura sarà molto più motivante per il ragazzo che forse si sentiva additato come il diverso della famiglia. 

Potrebbe accadere che si senta spaventato, non sapendo cosa accade in una seduta di terapia; potreste perciò, insieme al terapeuta, trovare il modo migliore per descrivere cosa accadrà in un primo incontro, dandogli la possibilità di provare con un solo incontro iniziale senza impegno. 

Potrebbe accadere che sia terrorizzato alla sola idea di aprire il vaso di pandora delle sue emozioni, magari ha un tale garbuglio dentro che rifiuta anche solo l’idea di iniziare a sbrogliarlo; in questo caso potreste proporre un solo incontro e poi magari incontri quindicinali in modo da presentargli un impegno meno gravoso e più facile da gestire per lui…

Potrebbe accadere che proprio non riusciate a convincerlo: va bene così!

Non trasformate anche questo in motivo di attrito tra voi, prendetevi il vostro tempo, restate in ascolto e continuate ad osservare, siate protettivi quanto basta e contenitivi delle sue emozioni. Potreste continuare con qualche incontro con il terapeuta, più diradato nel tempo, in modo da continuare a gestire le vostre paure e la vostra rabbia, senza minare ulteriormente il rapporto co il ragazzo. Sporadicamente riproponetegli di poter parlare con lo psicoterapeuta, magari lasciategli i recapiti dello specialista che avete trovato o chiedete a lui se ha sentito parlare di qualche altro specialista che potrebbe aiutarlo meglio… sentire che è una sua scelta e non un’imposizione genitoriale potrebbe portare ad un risultato positivo. 

Abbiate fiducia nella vostra capacità genitoriale e date fiducia a vostro figlio, parlate con loro e soprattutto ascoltate….

Il labirinto dell’anima.

Di Anna Llenas 

Edita da Gribaudo

Come si fa a spiegare cos’è l’anima ad un bambino? 

Semplice: non si spiega! 

Come tutti i concetti primordiali, che ci accompagnano sin dagli inizi della civiltà, anche l’anima ha un significato istintivo, che difficilmente può essere spiegato con certezza.

Perciò le immagini aiutano più di mille parole, la ricchezza del nostro mondo interiore è fatta da tantissime immagini e da diversissimi colori. 

L’età consigliata per questo libro è dai 4 anni, ma per me è un libro da regalare a bambini, adolescenti e, perché no, anche adulti. 

A volte ci sentiamo ottimisti, a volte sensibili, a volte arrabbiati, a volte impulsivi o egoisti, a volte ci si sente rotti… 

Le immagini regalano un significato immediato a queste “versioni di noi”, le parole spiegano meglio e potrebbe accadere di dire, leggendo una pagina o l’altra: “ecco! Proprio così mi sento!!”

Dare un nome ai nostri Stati d’Animo può essere rassicurante, ci fa sentire meno soli, ci rende umani, perché tutti gli umani possono sentire queste emozioni, ci permette di avere un punto di vista diverso…

A differenza dei labirinti canonici, da questo labirinto non usciremo, ma resteremo su una pagina o l’altra a seconda del momento, d’altronde quando scopriamo la bellezza della nostra anima perché mai dovremmo uscirne??

La mia pagina preferita è il coraggio, è una donna vestita di rosso il simbolo di questo stato d’animo che non vuol dire affatto non aver paura, ma, anzi, vuol dire conoscere la paura e saperla affrontare, con cuore e passione… Qual è il vostro stato d’animo preferito??

Lo psicoterapeuta infantile: sai chi sono?

Ho studiato tantissimo per imparare a giocare con bambole, trenini, matite e colori!

Proprio così… ma cosa ho studiato e come gioco con i bambini?

La formazione dello psicoterapeuta infantile:

Innanzitutto ci tengo a precisare che lo psicoterapeuta infantile è uno psicologo che ha poi intrapreso una specializzazione specifica in psicoterapia infantile, oppure, come nel mio caso, in psicoterapia generale e poi ha frequentato un master ulteriore in psicoterapia infantile. Inoltre ha effettuato un tirocinio specifico nell’infanzia. 

La psicoterapia infantile è molto diversa dalla psicoterapia per adulti, e, se è vero che uno psicoterapeuta infantile, che ha anche una formazione per l’età adulta, può occuparsi di un paziente adulto, riscoprendo il bambino che è dentro ognuno di noi e comprendendo come aiutarlo, non è vero il contrario!

Uno psicoterapeuta che non ha una formazione specifica per l’infanzia, né un’esperienza relativa, difficilmente avrà gli strumenti necessari per ascoltare quello che un bambino esprime attraverso il suo comportamento, il gioco e i suoi silenzi, e, ancor più difficilmente saprà sostenerlo e aiutarlo come merita. 

(Qui trovate il mio percorso ad esempio: http://www.alessandra-simone.it/di-cosa-mi-occupo/).

La stanza dello psicoterapeuta infantile:

Lo psicoterapeuta infantile è quindi uno psicologo che ha imparato a giocare, a disegnare, a manipolare il didò, a raccontare favole, e ha imparato ad ascoltare il bambino attraverso tutto questo.

Perciò la stanza dello psicoterapeuta infantile dovrà avere tutto questo:

Colori di vario tipo, fogli, casetta per le bambole, materiali manipolabili (come sabbia plastilina, creta…), animali, trenini e macchinine, libri, giochi simbolici, giochi da tavolo, uno specchio… 

Tutto questo aiuterà il bambino a rilassarsi dopo un primo, sanissimo, timore iniziale; ma aiuterà il terapeuta a comprendere meglio il bambino attraverso la scelta di giochi, materiali ed espressività. 

Detto ciò, inizia il nostro percorso insieme…

Il primo contatto:

Quando un genitore mi contatta per la prima volta è generalmente molto preoccupato, spesso spaventato, a volte arrabbiato o triste perché non capisce cosa sta accadendo al suo bambino.

Spesso sono le maestre a far notare il problema a i genitori, altre volte il bambino è difficile da gestire a casa, o mamma e papà si accorgono che c’è qualcosa che non va e vogliono aiutarlo.

È importante che i genitori si sentano accolti e compresi e, soprattutto, non colpevolizzati. 

Spesso ci si sente soli quando un figlio mostra delle difficoltà, e ci si sente in colpa…

È importante che sappiate che lo psicoterapeuta infantile non ricerca colpevoli, né malattie… 

Non ricerca cosa non va, ma cosa può andare meglio!

Il primo colloquio:

Ogni psicoterapeuta ha un suo modo di affrontare il percorso terapeutico, perciò quello di cui vi parlerò adesso è quello che accade con me…

Per me è importantissimo vedere entrambi i genitori prima di vedere il bambino. In questo primo incontro approfondiremo insieme come il problema è visto da entrambi i genitori, cosa ne pensano del possibile percorso che il bambino intraprenderà e l’anamnesi del bambino: gravidanza, parto, infanzia, scuole, modalità comportamentali e peculiarità familiari, particolari eventi che hanno contraddistinto la famiglia… Tutto è importante per comprendere al meglio il bambino. 

Ma la cosa più importante di questo primo incontro per voi genitori è comprendere chi sono, decidere se darmi fiducia e sentirvi accolti e non più soli in questo momento.

Per il bambino è importantissimo quello che i genitori sentono e pensano: se sentirà che mi avete già conosciuta e che vi fidate di me, anche lui si affiderà e questo aiuterà tantissimo il percorso insieme…

Durante il primo colloquio parleremo anche di come preparare il bambino al nostro incontro, in modo specifico per lo specifico bambino. 

Generalmente nell’incontro con i genitori chiederò cosa piace al bambino, se ama disegnare o giocare con le macchinine o con le bambole, in modo da proporglielo durante il nostro primo incontro… 

Fino ai 6 anni potreste preparare il bambino spiegandogli che non sono un dottore come gli altri, non curo tosse o raffreddore, ma che mi occuperò di capire perché è un po’ arrabbiato o triste o non gli va di mangiare o qualsiasi altra cosa lo stia turbando al momento…

Potreste anticipargli che da me si gioca e si disegna, non gli farò punture e non gli darò medicine amare…

In età scolare potreste dire al bambino che sono una persona che lo aiuterà a capire cosa c’è che non va e che aiuterà lui e voi a stare meglio insieme… 

Il primo incontro con il bambino:

Durante il primo incontro con il bambino sarà necessario rassicurare i suoi timori legittimi; insieme esploreremo l’ambiente, e scoprirà le “regole” del nostro percorso: è importante che sappia che quello che accade nella mia stanza sarà custodito da parte mia, e che se c’è qualcosa che dovrò dire a mamma e papà prima ne parlerò con lui o lei. Seconda regola è che nella mia stanza potrà usare e fare tutto quello che vuole, l’importante è che non si metta in pericolo e che a 5 minuti prima della fine insieme riordiniamo tutto. 

Il gioco, il disegno, sono i modi in cui il bambino esprime e comunica le sue emozioni e i suoi bisogni, perciò è quello che faremo insieme…

Durante il primo colloquio potrebbe essere importante per il bambino che i genitori entrino in stanza insieme a lui… è giusto così, non sentitevi sotto esame… dobbiamo comprendere insieme cosa è meglio per tutti…

La stessa barca:

Un terapeuta che si occupa di bambini non prende in cura solo il bambino, ma si occupa di accogliere su una barca tutte le figure intorno a quel bambino: genitori, insegnanti, tate, nonni, fratelli e sorelle… 

Il bambino passerà solo un’ora a settimana con il terapeuta: la vera “cura” avverrà solo se il contesto in cui è inserito saprà come accogliere al meglio i bisogni e le espressioni di quel bambino.

Perciò non esitate a telefonare al terapeuta che ha in cura il bambino per dubbi o problemi che si presentano in settimana; inoltre potrà essere importante incontrare le insegnanti per comprendere meglio come il bambino si relaziona in un altro contesto.

La restituzione:

Dopo qualche incontro con il bambino probabilmente incontrerò di nuovo voi genitori per definire insieme quale potrà essere il percorso da fare con il bambino, gli obiettivi ed eventuali iniziali miglioramenti in famiglia o a scuola. 

In alcuni casi potrebbe essere necessario consultare altri professionisti, come il logopedista o lo psicomotricista o il neuropsichiatra infantile per avere tutti gli strumenti per aiutare il bambino. 

Potrebbe accadere, specialmente se i bambini sono molto piccoli, o se il bambino non vuole venire da me, che io veda il bambino solo sporadicamente, e che invece incontri voi genitori con frequenza settimanale: in questo modo si dice che la terapia sul bambino è distale, cioè modificando e migliorando delle modalità genitoriali agirò “a distanza” anche sul comportamento del bambino…. È importante che abbiate ben presente che non si tratterà di una terapia personale per voi, ma di un miglioramento della genitorialità di cui beneficerete tutti!

È importante sottolineare che al timone di questa barca ci sarà il bambino!

Cosa voglio dire con questo?

Tutti rispetteremo i tempi del bambino… ci sono bambini che hanno bisogno di qualche incontro prima di pronunciare le prime parole, altri saranno presi dal contesto e solo dopo affronteranno il problema, altri non percepiscono quello che per voi è un problema come un suo problema, altri ancora sembreranno migliorare miracolosamente e sarà importante dare loro un tempo per stabilizzare il miglioramento e verificarlo nel tempo…

Le tempistiche di una psicoterapia infantile generalmente sono nell’ordine dei mesi, non degli anni, ma sarà la valutazione del singolo bambino a definire anche questo. 

So che è dispendioso sia economicamente sia praticamente accompagnare un bambino in terapia, ma fidatevi e affidatevi, il momento opportuno per interrompere arriverà, e una buona chiusura di terapia con il bambino rafforzerà tutti i risultati raggiunti durante l’intero percorso, non abbiate fretta perciò!

Quando portare un adolescente in terapia?

La prima risposta, immediata e fondamentale, alla domanda del titolo è: 

Se un adolescente chiede di poter incontrare qualcuno con cui parlare è d’obbligo contattare all’istante uno psicoterapeuta che si occupa di infanzia e adolescenza.

Non voglio spaventarvi, né tanto meno fare inutile allarmismo, ma è molto difficile che un adolescente chieda aiuto, per questo motivo, quando questo accade vuol dire che ci stanno pensando da tempo e che hanno davvero bisogno di aiuto, che si sentono soli e indifesi, confusi e, soprattutto, hanno paura, perciò è un dovere di ogni adulto ascoltare questa richiesta, accoglierla e provvedervi subito.

Ma cosa fare quando la richiesta da parte del ragazzo non c’è, ma un genitore sente che c’è “qualcosa che non va”? O a scuola vi dicono che è necessario capire cosa accade?

E, soprattutto, quando “qualcosa non va”, e cosa vuol dire? 

Prima di continuare, vi faccio una domanda: conoscete vostro figlio?

Non parlo del bambino che vi raccontava tutto e che correva tra le vostre braccia quando era arrabbiato o triste… No… Parlo del ragazzo che oggi avete davanti, del futuro adulto che c’è lì in casa con voi, di quello che quel bambino oggi è diventato…

Probabilmente non lo conoscete del tutto, e, udite, udite, è giusto così!

Vi ho spiegato in molti precedenti articoli che i vostri bimbi stanno cercando, con fatica, di separarsi da voi, di diventare altro da voi, perciò iniziano a custodire la loro primordiale vita privata in segreto e voi non potete, e non dovete, sapere tutto di lui o lei…

Ma…

Siete ancora i maggiori esperti della natura più profonda di quell’anima…

Forse non saprete di chi si sta innamorando, o se è già incuriosito da sigarette o chissà che altro, ma, se vi fermerete ad osservarlo, sospendendo per un attimo il giudizio, saprete se qualcosa non va…

Come osservare?

Lo spirito giusto non è quello dell’investigatore, né del poliziotto persecutore… piuttosto si tratta di osservare “con la pancia” più che con la testa, di parlare con loro, di non chiedere solo della scuola, ma di interessarsi alla loro vita anche fuori scuola… 

Cosa osservare?

Il corpo: è con il corpo che esprimono la maggior parte delle loro emozioni, perciò osservate come tratta il suo corpo, cosa vi sembra voglia esprimere con i suoi vestiti o con i suoi capelli…

Porta abiti più grandi del normale? Porta maniche e pantaloni lunghi anche a ferragosto? È impossibile che si veda in spiaggia in costume? 

Può essere per moda, certo, ma può essere anche un segnale di qualcosa che non va nel suo corpo: non per forza stiamo parlando di autolesionismo o disturbi alimentari, ma sta provando un disagio legato al suo corpo, che, se da un lato è fisiologico in adolescenza, dall’altro, quando si mostra invalidante per una normale giornata al mare, può essere qualcosa in più…

Ma un solo segno non fa notizia… perciò continuate ad osservare…

La sua stanza: è il suo regno, perciò esprimerà molto di quel che sente o pensa..

Ha cambiato arredamento di recente? Mette la musica sempre a tutto volume? Urla più del solito, o peggio, è aggressivo quando entrate in stanza? C’è una linea sottile tra quello che fa parte delle manifestazioni dell’età e quello che è una manifestazione di un disagio che sta provando, una richiesta di aiuto e attenzione. Osservate “con la pancia”, non solo con la testa e capirete se la linea è stata superata.

Gli amici, la scuola: è il loro palcoscenico, è dove rivelano il loro essere sociale, dove sperimentano relazioni e conflitti. Sebbene siano due contesti molto diversi potrebbero essere rivelatori di eventuali difficoltà relazionali dei ragazzi: cercate di conoscere gli amici di vostro figlio, cercate di essere presenti per la scuola, interessatevi alle varie “versioni” del ragazzo, a volte molto diverse da quella che esprimono in famiglia… potrebbe accadere che esprima le sue emozioni con comportamenti di rabbia e ostili verso l’autorità scolastica, oppure attraverso comportamenti a rischio nel gruppo di amici. 

In famiglia: che cambi nel contesto familiare è, non solo fisiologico, ma doveroso. Ma anche qui ci sono degli elementi che potrebbero farvi drizzare le antenne: l’aggressività gratuita e perenne e spesso immotivata non può essere sempre concessa e soprattutto non fa bene alla famiglia, ma soprattutto non fa bene ai ragazzi; è abbastanza usuale che stiano chiusi nella loro stanza per la maggior parte del tempo, ma un eccessivo ritiro nella stanza, dove magari è presente anche il computer o la console dei videogiochi, la luce accesa fino a notte fonda, la porta perennemente chiusa a chiave… sono tutti elementi da considerare e che bisogna limitare fin da subito, prima che si trasformino in qualcosa di patologico difficilmente estirpabile.

Questi sono solo quattro contesti a cui prestare attenzione, ma nessuno di essi è sufficiente a definire una patologia. 

Un elemento accomuna tutto quello che vi ho detto finora: un cambiamento, un comportamento che ha iniziato ad attuare improvvisamente o poco per volta, e che incide negativamente sul rendimento scolastico, sulle amicizie, sul suo corpo o in famiglia. 

È quello che vi farà preoccupare, che vi farà dire “non lo riconosco più”…

Fate attenzione anche a sonno e alimentazione: lo vedete più stanco del solito? Sentite dei rumori frequenti notturni segno di risvegli ripetuti? Sta mangiando meno o molto di più? 

Spesso in adolescenza il pediatra diventa qualcuno da sentire solo telefonicamente, e, quando poi lascia il posto al medico di base, ancora più di rado… Se c’è qualcosa che non va contattatelo e prenotate una visita, per escludere ogni altra preoccupazione.

C’è un ultimo, ma importantissimo elemento che potrà portarvi a contattare uno psicoterapeuta infantile: ne avete bisogno voi genitori!

Proprio così… può essere che sentiate voi delle difficoltà nel rapporto con vostro figlio adolescente, che sentiate la fatica della sua ribellione costante, che abbiate bisogno di qualche dritta per ritrovare un equilibrio familiare che sembra perso… in tutti questi casi e in molti altri, contattate un terapeuta infantile per essere seguiti in un percorso di sostegno genitoriale, vostro figlio ne riceverà tutti i benefici possibili attraverso voi!

Io Fuori… Io Dentro…


Di Cosetta Zanotti,

Illustrazioni di AntonGionata Ferrari.
Edito da Lapis

Non è facile per nessuno focalizzare cosa proviamo dentro e differenziarlo da ciò che esprimiamo all’esterno… nemmeno per gli adulti.

Si pensa che i bambini esprimano tutto ciò che sentono, “la bocca della verità” si dice… spesso è vero, ma già a due anni di età hanno ben chiaro cosa è concesso esprimere in quella famiglia e come esprimerlo: hanno già imparato un codice, quello tipico della cultura in cui sono nati e della famiglia che li ha in cura. 

Questo non è un bene o un male, è così e basta… 

Si impara molto presto che non riusciamo ad esprimere tutta la rabbia che abbiamo dentro, né la tristezza… a volte la gioia che sentiamo è talmente grande che è difficile esternarla appieno…

Per i bambini piccoli è ancora più difficile esprimere tutto ciò con le parole, perciò ce ne sono poche in questa lettura, ma i disegni esprimono molto, molto di più…

Vi ho parlato nel precedente articolo di quando è utile accompagnare un bambino in terapia in alcuni momenti familiari (Quando portare un bambino in psicoterapia?), questo libro può aiutarvi a comprendere meglio quello che sente. 

È importante che il bambino sappia che, se le modalità per esprimere tutto quello che sentono variano in base al contesto, quello che sentiamo dentro può essere potente, inebriante, distruttivo o, a volte, terrorizzante… (ve ne ho parlato anche nella serie di articoli sulle emozioni: Le emozioni dei bambini).

Ogni pagina ha un protagonista diverso, perché è importante che i bambini non si identifichino con una o un’altra emozione…

È un libro che possono “leggere” i bambini, nel senso che possono raccontare quello che vedono nell’immagine, basterà solo che l’adulto legga con il tono adeguato “io Fuori” o “io Dentro”…

Fatevi raccontare da loro cosa vedono, se anche a loro è successo, come si sentono dentro quando gli date il bacio della buonanotte? 

Perciò… se quando la mamma mi dà un bacino fuori sono felice ed emozionato… dentro… beh dentro sono leggero volo con gli uccellini e tutto intorno a me è rosa e color pastello…

Ma, quando mi sgridano… fuori c’è solo una lacrima, ma dentro mi sento tutto a pezzettini, come rotto…

Quando ho paura… io fuori sono immobile, non riesco a muovere un muscolo, tremo solo un pochino… ma perché io dentro mi sento piccolo piccolo con un drago enooormeeee che mi ta per mangiare….

Ma quando le persone intorno a me sono felici… beh allora io fuori sono felice con loro, ma dentro… sono sulle montagne russe, sento quel brividino nella pancia, ho quasi le vertigini, tutto è colorato e urlo di gioia!!!

Quando portare un bambino in psicoterapia?

Questo disegno l’ha fatto una mia piccola paziente per rispondere alla mia domanda “come mai ti hanno portato qui, mamma e papà?”

Era esattamente così che si sentiva: un po’ grigia, sotto una nuvoletta antipatica che faceva piovere pensieri grigi, all’interno di un’altra nuvoletta rossa-rabbia…

Pensiamo che l’infanzia è il periodo più spensierato della vita, che i bambini non possono avere pensieri inquietanti, o che se li hanno sono “cose da bambini”… 

A volte è così: è solo un brutto sogno… 

Ma a volte le nuvole diventano sempre più grandi, con il passare del tempo, e la pioggia è sempre  più fitta, e il bambino si costruisce altre nuvole rosse di rabbia o nere di paura o grigie di tristezza.

Un bambino in questa situazione non è un bambino felice…

Quindi la prima risposta alla domanda del titolo è: un bimbo va portato in terapia quando non sembra provare gioia!

Premessa numero 1: la maggior parte dei bambini non ha bisogno di un percorso di psicoterapia…
Premessa numero 2: portare un bambino in terapia non vuol dire che siete dei cattivi genitori, anzi… vuol dire che siete genitori attenti e che ascoltano le emozioni dei loro bambini…

Nelle prossime settimane affronterò un po’ di interrogativi circa la psicoterapia infantile, un mondo sconosciuto a molti, e perciò pieno di miti e leggende, spesso false…

Oggi iniziamo con il capire quando e perché contattare uno psicoterapeuta infantile…

Avete ragione nel dire che l’infanzia DEVE essere spensierata e felice, ma cosa vuol dire nella pratica e nel quotidiano? 

Un bimbo che piange non è felice?

Ovviamente no!

Se un bimbo ha un brutto pensiero, ha litigato con il suo compagno di scuola, ha detto una bugia, ha fatto male alla sorellina, ha fatto un brutto sogno… è un bambino SANO! Soprattutto è UN BAMBINO…

Un bambino può essere rassicurato da mamma e papà, e può, anzi deve credere, che Super Mamma e Super Papà lo proteggeranno da tutto e tutti… 

Un bambino deve sapere che può essere arrabbiato, senza sperimentare che la sua rabbia sia distruttiva per sé o per gli altri…

Un bambino sa che quando è triste può correre tra le braccia di mamma e papà e sarà consolato… 

Man mano che cresce, un bambino troverà altri adulti che lo proteggeranno, ascolteranno la sua rabbia e lo consoleranno: la maestra, la nonna, il nonno, una zia, un fratello maggiore e, più avanti con l’età, un amico…

A volte tutto questo non c’è…

A volte la rabbia di un bambino è talmente tanta che fa male ad altri bambini, o alle maestre, ma, più di tutto, fa male a sé stesso… potrebbe vedere negli occhi degli altri paura nei suoi confronti, e sentirsi terrorizzato da se stesso, e reagire con altra rabbia per difendersi…

A volte la tristezza di un bambino non gli permette di affrontare il mondo in cui vive, e porta nel suo mondo grigio tutta la famiglia… 

A volte la paura di un bambino non gli permette di fare le esperienze sane per la sua età, ci esplorare e conoscere il mondo, e nulla e nessuno riesce a rassicurarlo… 

Questo ci porta ad un’altra risposta alla mia domanda: 

un bimbo va portato in terapia quando rabbia, paura o tristezza, invadono molti o tutti gli altri campi della sua vita: 

quando non riesce ad andare a scuola perché prova paura e ansia, o non riesce a giocare con altri bambini a causa della sua rabbia, o non riesce a giocare, disegnare o creare a causa della sua tristezza…

Ma perché far iniziare un percorso terapeutico ad un bambino?

La prima cosa che ci tengo a dirvi è che voi genitori siete i maggiori esperti di vostro figlio, voi l’avete conosciuto da prima che nascesse, da quando ha mosso i primi passi, dal primo giorno di nido, durante le vacanze e durante la notte e la cena… Istintivamente sapete quando c’è qualcosa che non va, dovete fidarvi di quell’istinto… A volte però l’istino viene offuscato dalla vita frenetica e dai nostri problemi personali…

Perciò…

Quando notate un cambiamento nel vostro bambino, cercate di osservarlo, di parlare con lui, di giocare con lui e stargli accanto, scoprirete se c’è qualcosa che non va…

A volte siamo presi nella nostra vita adulta e non prestiamo la giusta attenzione ai bambini, perciò, se vi accorgete che vi sta accadendo questo, o se qualcuno (maestra o la tata o qualcun altro che conosce il bambino in altri contesti) vi fa notare cambiamenti improvvisi e duraturi del piccolo, fermatevi un attimo e prendetevi il giusto tempo per stare accanto al vostro bambino… 

Se voi genitori state attraversando un cambiamento, un divorzio, un trasloco, un lutto, ma anche una nuova relazione, o un nuovo lavoro, sappiate che i bambini ci osservano e assorbono ogni nostra emozione, perciò cercate di capire se ne sta risentendo…

Capita che, a volte, per vari motivi, il bambino non manifesti il comportamento problematico in tutti i contesti, perciò non rimandate al mittente le perplessità delle maestre senza porvi le dovute domande, oppure non vi meravigliate se a scuola non mostra ciò che vi preoccupa a casa…

Osservate se ha difficoltà nel sonno o nella cena, se ha mostrato aggressività frequente e verso chi, se è diventato difficile portarlo a scuola a causa di mal di pancia o mal di testa sempre più frequenti, se è spesso triste e inconsolabile… 

I bambini manifestano con il corpo quello che gli adulti esprimono a parole, perciò il loro malessere si manifesterà grazie al corpo, all’inappetenza o all’insonnia… ascoltatelo!

Se un bambino poi chiede esplicitamente di andare da un dottore perché ha brutti pensieri, avete il dovere di rispettare la sua richiesta e correre a telefonare ad uno psicoterapeuta infantile!

adolescenza ai tempi del covid

Qualche giorno fa un ragazzo, poco più che quattordicenne, mi ha detto di aver voglia di provare cose nuove

Complice l’inizio della primavera, un bel po’ di ormoni in circolo e un ritrovato senso di benessere dopo un bel pezzo di terapia, aveva di nuovo voglia di fare quello che sapeva fare meglio prima di un po’ di avvenimenti funesti: l’adolescente!

Naturalmente questo mi ha fatto sentire grata e felice per il suo percorso, ma poi ho pensato, mentre provava ad immaginare a voce alta quello che avrebbe provato volentieri, che c’era ben poco di fattibile, causa restrizioni COVID…

Se qualcuno avesse detto alla me quattordicenne di uscire il meno possibile, di evitare baci e abbracci con le mie amiche di allora, di scambiarsi i vestiti, di assaggiare per la prima volta una birra dalla bottiglia del tipo figo del gruppo… se mi avessero detto che non c’erano bar, negozi, nemmeno una gelateria aperti… se mi avessero detto che avrei studiato da casa, insieme a mia sorella più piccola nell’altra stanza e senza incontrare gli altri davanti scuola o fermarsi all’uscita per un po’ (l’unica cosa meravigliosa del liceo)… 

Ecco probabilmente sarei stata talmente arrabbiata da rompere svariati oggetti e porte in casa, avrei messo la musica così ad alto volume che si sarebbero lamentati i vicini tutti e i vicini dei vicini…

Ma con i se e con i ma non si dovrebbe mai ragionare…

Di fatto tutto ciò è successo, e sta continuando ad accadere… i ragazzi sono in casa, oppure escono con le mille limitazioni del momento….

Sono bravi, più di quanto immaginiamo noi adulti… Quando ci indigniamo per il gruppetto di ragazzi nel parco sotto casa senza mascherina (l’ho fatto anch’io, ammetto) dovremmo pensare, nei cinque secondi successivi, che alla stessa età abbiamo forse provato a fumare, o siamo saliti su qualche motorino di troppo, o abbiamo attraversato la strada con il walkman (si esisteva questo strano oggetto!) a tutto volume, o chissà in che altro modo ci siamo messi in pericolo… 

Certo, compito dei genitori è ricordare sempre di tenere su la mascherina, di rispettare regole e divieti, e di limitare le uscite allo stretto necessario… e di riprenderli se ci accorgiamo che non lo fanno!

MA è altrettanto compito dei genitori, e di tutti gli adulti di una comunità, stupirsi e, perché no, indignarsi per quei ragazzi che sono contenti di stare chiusi in casa, che sono rassegnati alla DAD, che, anzi sono contenti e rassicurati dal non andare a scuola in presenza… PURTROPPO SONO MOLTI DI PIÙ… 

Non sto negando l’esistenza del virus, né tanto meno dire che le regole sono ingiuste o esagerate, anzi… è un nemico orribile che si combatte con queste regole… 

Ma nella sua ingiustizia ci dovrebbe indurre a riflettere, a ripensare a cosa c’è stato di sbagliato nella scuola, nel mondo adulto, nel modo con cui tutti noi guardiamo gli adolescenti… 

Forse la scuola si è piano piano sbilanciata verso il lato prestazionale, lasciando perdere l’attenzione alle relazioni e al rispetto dei tempi di ciascuno studente. Questo ha generato ansia per i voti e i compiti e le interrogazioni, dimenticando la parte umana dell’educazione. 

Forse in casa abbiamo dato poco spazio al contatto emotivo, anche se adesso ci lamentiamo solo dell’impossibilità del contatto fisico…

A quanto pare le condizioni per la scuola in presenza non ci sono ancora e l’unico modo di fare scuola è la DAD, perciò i ragazzi devono attenersi a questa modalità… 

Ma chiediamo loro come la stanno vivendo, e, se dovessero dirvi che quasi va meglio così, abbiamo il dovere di porci delle domande, di stimolare la loro vitalità naturale, di non liberarli dalla trappola della rassegnazione…

Accettare non è rassegnarsi!

Quando accettiamo vuol dire che abbiamo esercitato un nostro potere di scelta, che abbiamo compreso che rinunciare a qualcosa adesso è necessario per una motivazione più alta e che riguarda la comunità intera.

Quando siamo rassegnati siamo passivi davanti una scelta che qualcuno ha fatto per noi e non riusciamo a vederne il senso generale. 

La differenza può sembrare sottile, ma le due condizioni generano sentimenti ben diversi: il primo ci fa sperimentare potenti e autonomi e con un senso di appartenenza, il secondo ci fa soccombere sotto scelte altrui senza nemmeno comprenderle a fondo…

In adolescenza il bisogno di appartenenza è fondamentale, che si sentano parte di una comunità e, quindi, delle sue regole, è bellissimo.

Che all’interno di questa comunità sentano di poter formare un gruppo attivo di ragazzi che pretenda condizioni scolastiche più coerenti e vivibili (mi vien da dire, anche aldilà del covid…), che chieda meno profitto e più attenzione all’umanità, è meraviglioso…

La prossima volta che vedete dei ragazzi con la mascherina abbassata, in assembramento, stateci a debita distanza, sgridateli se ne siete i genitori, ma, sotto la mascherina accennate un sorriso per quella vita che scalpita ancora per potersi guardare a volto scoperto, tenersi per mano e dare il primo bacio…