Un libro per spiegare l’autismo e la disabilità

È NON È

  di Marco Berrettoni Carrara

Illustrato da Chiara Carrer

edito da Kalandraka

Oggi vi parlo di un libro a cui tengo molto.

Capiterà a molti bambini di avere compagni di classe speciali, con cui è difficile giocare o chiacchierare. Sono bimbi un po’ complicati da comprendere e perciò può capitare di averne un po’ paura, o che facciano un po’ arrabbiare. Spesso capita che i fratelli di bimbi con disabilità vivano situazioni particolari, ma non esprimono davvero le loro emozioni perché in famiglia c’è già qualcuno di cui occuparsi.

Ho lavorato per molto tempo nel campo della disabilità a scuola, e uno dei problemi più importanti che mi trovavo ad affrontare era proprio il rapporto con gli altri bambini, i cosiddetti “normodotati” (poi…chi è davvero normodotato alzi la mano…).

Il primo falso mito da sfatare è: il rapporto con gli altri bimbi è molto importante per aiutare il bimbo disabile!

Falso! Il rapporto con la disabilità è tanto importante per il bimbo disabile che per i suoi compagni di classe. In ogni classe in cui sia stata ho sempre constatato che i bambini che condividevano la classe con un amico che necessitava di sostegno sviluppavano maggiori capacità empatiche e relazionali rispetto alle classi in cui non era presente nessuna problematica.

Però, c’è un però… Bisogna permettere che le diversità di ogni singolo bambino si incontrino… vi ho già parlato della paura e della rabbia,(http://www.alessandra-simone.it/2020/11/02/le-emozioni-nei-bambini-3/) e quindi sapete molto bene che ciò che non si conosce e non si  comprende può far paura e può far arrabbiare, perciò è molto importante che i bambini esprimano le loro emozioni e non siano inibiti dalla frase “devi essere buono con Luigino, perché ha qualche problema”.

NO! È una frase deleteria, inutilmente buonista e molto brutta….

La frase giusta è “proviamo a conoscere insieme Luigino, cerchiamo di capire perché ti fa arrabbiare, o ti fa un po’ paura”

Questo è il libro che vi aiuterà!

 “Un’ombra lungo i muri scivola e scompare. Chi è? Un rumore riempie la stanza poi si placa. Cos’è? È un albero? È un cane? È un cavallo? È un’automobile? È un frullatore? […] No… è Sara mia sorella! Lei è così, resta ore immobile, non parla, non ascolta, non guarda, spesso non partecipa a nessun gioco. Viaggia e vaga con i suoi pensieri, non si sa come e nemmeno dove, vive dentro il suo mondo, solamente, da sola…”

Ho letto spesso questo libro nelle classi con i bimbi speciali che visitavo, riesce a cogliere i dubbi e le osservazioni dei bambini, anche quelle che non hanno il coraggio di esprimere a voce alta, ma lo fa con delicatezza e semplicità.

La sorella del bimbo che parla, Sara, è affetta da autismo, a volte urla e graffia, a volte diventa invisibile e silenziosa, insomma è tutto e il contrario di tutto, per questo è difficile da prevedere e da capire!

Sara però è anche capace di abbracci memorabili 

Le illustrazioni spiegano, meglio di ogni parola, la reale percezione di un bimbo autistico: a volte si confonde con la carta da parati, a volte urla e non ci fa avvicinare… a volte fa paura e a volte è un enigma o un rebus…

Non ho mai trovato un bimbo che non abbia saputo trovare un modo per comunicare con un compagno affetto da autismo, spesso trovano il gioco giusto con cui potersi avvicinare e si divertono anche, perché i bambini non vedono ciò che manca o ciò che non si sa fare, prendono ciò che c’è, senza sovrastrutture e macchinazioni adulte.

Insegnanti e genitori però sono fondamentali in questo processo: evitare di trasmettere le proprie perplessità e le proprie limitazioni mentali riguardo alla disabilità, non farsi guidare dal buonismo, incoraggiare le strategie che i bimbi escogitano da soli per relazionarsi.

Come al solito fidatevi dei bambini, sapranno cogliere il bello di un’esperienza ricca ed emozionante, e, magari, sapranno insegnarlo anche a voi!

La frase finale è “Sara non somiglia a nessuno. Credi che esistano due pietre, due cani, due foglie o due persone uguali?”

Ognuno di noi è diverso da tutti gli altri, e la diversità è sempre una ricchezza… se sapremo accoglierla.

Il disgusto nei bambini

IL DISGUSTO

Quale genitore non è stato bersaglio di una minestra sputata durante lo svezzamento?

Bene, era in azione l’emozione del disgusto…

FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA…

Innanzitutto, perché consideriamo il disgusto un’emozione?

Perché è strettamente legata alla sopravvivenza della specie, perché è immediata, dura un secondo ed è direttamente collegata ad aree cerebrali che decidono le reazioni di attacco fuga, come l’amigdala. Inoltre è universalmente riconosciuta ed espressa, cioè se un bambino italiano esprime disgusto, un bambino delle Antille riconosce la medesima emozione, pur parlando lingue diverse e vivendo in luoghi opposti…

Uno studio inglese ha identificato le sei categorie comuni che lo provocano: scarsa igiene, animali o insetti portatori di malattie, lesioni o bolle con pus sulla pelle, cibo che sta andando a male o che ha un aspetto atipico. Sono tutte situazioni potenzialmente pericolose per la nostra sopravvivenza, quindi il disgusto è il modo in cui il nostro corpo ci mette in guardia e ci protegge dai rischi.

I bambini iniziano a mostrare l’espressione tipica del disgusto molto precocemente, è un importante passaggio nella loro vita: sono i primi segnali di una propria visione del mondo, sono le prime occasioni in cui discrimina gli stimoli che la madre gli presenta secondo un suo personale filtro.

Oltre agli stimoli elencati dagli scienziati inglesi, ci disgusta anche ciò che si discosta da quello a cui siamo abituati: assaggiare per la prima volta un passato di verdure dopo aver sentito solo il sapore del latte, sentire sotto il palato il cucchiaino, più rigido della tettarella e del seno materno, sentire una diversa temperatura… sono tutti elementi che fanno aumentare l’allerta, ci fanno serrare le mandibole, e arricciare il naso, per allargare le narici e aumentare il senso dell’olfatto per avere più informazioni possibili…

Il disgusto chiude lo stomaco e spesso genera un senso di nausea, in questo modo qualora avessimo ingerito qualcosa di pericoloso, avremmo la possibilità di espellerlo immediatamente!

Insomma la natura ha pensato proprio a tutto!

C’è persino un fondamento scientifico nell’odio dei bambini (e non solo) verso il colore verde: ai primordi della civiltà le parti verdi di molte piante erano velenose e a volte mortali….

Quindi che si fa?

Prima regola generale: Scopriamo ciò che disgusta noi! Si avete capito bene… è molto probabile che il nostro astio verso le zucchine passi inalterato a nostro figlio, perché? Semplice, per tutto ciò che ho scritto prima: all’inizio della nostra vita il primo sguardo che cerchiamo per capire se possiamo fidarci o no è quello dei genitori, perciò se ha percepito il nostro disgusto per le zucchine o gli insetti o chissà che altro, probabilmente non vorrà nemmeno assaggiarlo/guardarlo, perché potenzialmente pericolosissimo.

Poi abbiamo due scelte: provare ad assaggiare le zucchine e scoprire che non sono poi così male, prima di proporle al nostro bambino, oppure dichiarare apertamente che non ci piacciono, ma che preferireste che lui le assaggiasse prima di decidere se mangiarle o no… probabilmente non funzionerà, ma avrà tempo di rivalutare la cosa in futuro…

Seconda regola: ciò che non conosciamo, a volte, non ci piace. Perciò proviamo a cucinare insieme gli spinaci, o addirittura a coltivarli in balcone, cerchiamo in libreria un libro sui ragni e leggiamolo insieme, abituiamoli fina da piccolissimi alla più ampia varietà di sapori, dal pesce alla frutta: il gusto è un senso che si affina col tempo e con l’esperienza…

Un’ultima precisazione:

Alcuni bambini sentono il disgusto molto più forte di altri, hanno davvero mal di pancia e sentono di stare per vomitare: scoprite perché è così poco propenso ad assaggiare, se lo stomaco chiuso non ha a che fare con altre emozioni, come la tristezza, o se la nausea non è un segnale della sua rabbia.

Sta sentendo davvero quell’emozione, ma come tutte le altre emozioni, anche il disgusto non deve essere predominante sulle altre emozioni e impedirgli di vivere appieno la sua vita. Se notate che c’è qualcosa che non va, approfondite, anche con l’aiuto di un professionista.

Le fasi dell’adolescenza

PRIMA, DURANTE, DOPO…

LE FASI DELL’ ADOLESCENZA

Se fino ad ora il vostro bambino vi ha mostrato il passaggio alla fase evolutiva successiva con gesti piuttosto eclatanti, la prima volta che ha sorriso, i primi passi, la prima parola, la prima volta che ha mangiato da solo e così via… Adesso è più difficile capire in quale fase della vita si trovi vostro figlio: superati i 10 anni circa è un susseguirsi di cambiamenti, a volte anche giornalieri, a cui seguono bisogni nuovi e nuove sfide.

Anche se in adolescenza nulla è definito e i confini tra ciò che è e ciò che era sono davvero labili, possiamo distinguere tre macrocategorie a cui corrispondono importanti passaggi di crescita.

Conoscendo le diverse tappe cognitive e i relativi stadi di sviluppo, i genitori possono scegliere di intervenire in modo più efficace e con meno dispendio di energie.

Preadolescenza:

10-13 anni

Il corpo cambia velocemente e inaspettatamente, si cresce in altezza all’improvviso, oppure inizia a spuntare un accenno di seno, o un po’ di peluria sul viso.

Quindi la sfida che si pone di fronte ai loro occhi è riscoprire il loro nuovo corpo, costruire una nuova immagine di sé, adottare un’identità di genere e iniziare a vivere la propria intimità sessuale.

I genitori possono stargli accanto, osservarli, scoprire cosa può aiutarli mentre cambiano pelle: un nuovo taglio di capelli, un paio di jeans nuovi cercati e scelti insieme… non proponete loro la stupenda gonna in tulle dello scorso inverno: probabilmente non ci staranno più dentro e molto più probabilmente la riterranno orribile.

In questo momento sono già combattuti al loro interno tra chi erano e chi stanno diventando, non hanno bisogno che anche voi gli comunichiate una confusione in tal senso.

Aiutateli a proteggere la loro intimità, a capire i loro nuovi gusti, aiutateli a sbagliare e a rialzarsi dopo di esso.

A tutti questi cambiamenti corporei potrebbe corrispondere una capacità di concentrazione ridotta, meno capacità mnemonica, maggior disorientamento. Il loro cervello sta cambiando, e esattamente come un aggiornamento di un’applicazione sul cellulare, c’è bisogno di un po’ di rodaggio prima che funzioni a pieno ritmo.

Potreste aiutarli con planning, post it, appunti e piccoli e grandi compiti da eseguire… come ho già spiegato nell’articolo sulla DAD, ad esempio. Seguite il loro ragionamento nel prendere una decisione: potrete solo aiutarli nel processo, la decisione sarà loro!

Poi prendete un bel respiro e andiamo avanti: non avete ancora affrontato la parte più difficile!

Adolescenza

13-17 anni

In questa fase il cambiamento è radicale ed evidente.

C’è bisogno di genitori preparati ad affrontare questi anni al loro fianco!

In questi anni è il gruppo a giudicare cosa è bello e cosa non lo è, cosa è permesso e cosa no. Potrebbero essere molto sensibili alle opinioni altrui, anche a quelle degli insegnanti e dei familiari. Potrebbero reagire con eccessiva rabbia, con pianti inspiegati e con ansia, a volte con ritiro sociale o con comportamenti rischiosi. C’è un’enorme pressione sociale su di loro, non sottovalutatela, non trattateli con sufficienza, per loro è importante. Avvicinatevi con empatia, fate sempre un salto indietro nel tempo e pensate “come avreste reagito voi alla loro età?” Asciugate loro le lacrime e aiutateli a comprendere che per quanto sono arrabbiati è importante rispettare le regole base di educazione. Mostrate loro come chiedere scusa e superare un litigio.

È auspicabile a questa età che abbiano una passione, uno sport o un hobby, che indirizzino la loro energia vitale verso qualcosa di costruttivo. Ma se dovessero decidere di non andare più alle lezioni di danza classica che frequenta dall’età di 5 anni, accettatelo!

A questa età si fanno importanti scelte per il futuro, il liceo, le amicizie, le passioni: potrebbero non cambiare mai più o potrebbero essere solo esperimenti di crescita. Assicuratevi che, qualora si rendessero conto di aver fatto una scelta sbagliata e decidessero di cambiare, il cambiamento non sia dovuto alla paura di mettersi alla prova, al giudizio dei coetanei o a scarsa autostima. In questo caso probabilmente fornirgli dei dati oggettivi circa la scuola, o altri ambiti, potrebbe aiutarli a scegliere meglio, e se non bastasse un appuntamento con un professionista potrebbe prevenire un’escalation di frustrazioni e scelte basate su presupposti sbagliati dopo.

A questa età le situazioni di rischio potrebbero dar loro particolare piacere, è fisiologico e dipende anche da dei neurotrasmettitori del cervello.  D’altronde è l’età in cui si affrontano talmente tante sfide nuove che la natura non poteva non prevedere di diminuire un po’ la dose di paura che è presente in infanzia ed età adulta.

Cercate di conoscere i loro amici, di aiutarli a riconoscere nei comportamenti altrui la vera natura degli altri, per poi decidere di fidarsi delle persone giuste, ma stategli accanto qualora fossero traditi, evitando inutili “te l’avevo detto!”

La capacità di costruire e mantenere delle buone amicizie è molto importante a questa età. Infatti, i ragazzi che hanno amici su cui contare o di cui si possono fidare sono meno esposti ai comportamenti rischiosi. Accade invece il contrario per i ragazzi che litigano spesso con gli amici.

Giovinezza

17-20 anni

A questa età la corteccia prefrontale e quasi del tutto formata, che vuol dire?

Che son rimaste poche scuse per spiegare una scarsa capacità di giudizio. Adesso sono assolutamente in grado di affinare le capacità decisionali e la loro facoltà intellettiva.

Hanno scelto l’università, probabilmente hanno una relazione stabile e probabilmente hanno già affrontato importanti delusioni affettive. Alcuno dovranno andar via, materialmente, di casa per frequentare l’università in un’altra città. Sperimentano la vera autonomia e tutte le sue conseguenze.

Vuol dire che il vostro compito di genitori è terminato?

Assolutamente no! Avranno bisogno di molto supporto emotivo nel distacco, di sapere che ci sarete nel caso decidessero di tornare a casa, tra le vostre braccia, di ricevere consigli pratici (se richiesti!). Di confrontarsi con persone di cui non mette in dubbio affetto e protezione. Avranno bisogno di una mano per rialzarsi quando cadranno e avranno bisogno di sapere che va tutto bene, anche se hanno sbagliato.

Un libro per giocare in tempi covid

GIOCHI DI GRUPPO (ANCHE) A 1 METRO DI DISTANZA

  di Pierdomenico Baccalario, Marco Cattaneo, Federico Taddia

edito da Mondadori

Ci stiamo chiedendo tutti che generazione stiamo crescendo:

una generazione di adulti evitanti che non tollereranno il contatto?

Una generazione di asociali diffidenti verso il prossimo?

Una generazione di dipendenti digitali, che sapranno fare la spesa, studiare, lavorare online, ma non sapranno più nemmeno allacciarsi le scarpe?

La risposta sarebbe sì… se non facciamo nulla per scongiurare tutto questo!

Questo è un libro pensato per i piccoli, ma rivolto ai grandi.

Si, perché la responsabilità educativa è tornata nelle mani degli adulti!

Dopo anni di deresponsabilizzazione, in cui l’educazione (e le colpe della cattiva educazione) veniva demandata dalla scuola, alla tv, dai social, alle famiglie, e viceversa, siamo costretti davvero ad occuparcene tutti oggi.

La didattica a distanza, per i più grandi, riporta i genitori ad occuparsi dell’organizzazione scolastica, degli orari delle lezioni, delle interrogazioni, degli spazi in cui si fa lezione.

I genitori dei più piccoli dovranno riempire i pomeriggi dei loro figli senza più avere nuoto, danza, karate, spesso senza avere i nonni; spesso saranno a casa a causa di quarantene e chiusure scolastiche a singhiozzo…

Le maestre e le educatrici si sono trovate nel ruolo di “controllori della distanza”: i bambini non possono avvicinarsi, né toccarsi; se frequentano la primaria, hanno anche una mascherina che copre il loro sorriso e nasconde le loro parole…

Il clima è piuttosto triste e difficile da sostenere anche per noi, ma probabilmente i bambini ci mostreranno come adattarci e questo è il libro che ci darà gli strumenti giusti… Permetterà di riscoprire il movimento, i giochi di sguardi, il rispetto delle regole del gioco.

Perché si può continuare a giocare cambiando regole, spazi e dinamiche! Si può trovare un nuovo modo di stare insieme… anche se a distanza! Resterete sorpresi da quanto si divertiranno comunque, e noi con loro… perché non è la distanza fisica quella da temere!

La sorpresa nei bambini

la sorpresa nei bambini

LA SORPRESA

Non so se qualcuno di voi ricorda le “magiche sorprese” che si trovavano dal giornalaio negli anni ’80 e ’90, non so se ci sono ancora, in realtà… Erano giochini di scarso valore economico, spesso nemmeno bellissimi o indimenticabili, ma avevano una caratteristica: per quell’attimo in cui si scartava il pacchetto la nostra attenzione era tutta lì e la concentrazione era al massimo. Probabilmente se avessimo avuto il contenuto di quelle sorprese davanti ai nostri occhi, senza che l’incarto ne nascondesse l’aspetto, non l’avremmo degnato di uno sguardo!

Pensate anche… quali sono i film che ricordate meglio? O almeno quelli di cui ricordate il finale? Forse quelli con “finale a sorpresa”! La nostra memoria, infatti, è molto più propensa ad immagazzinare informazioni se sono informazioni inaspettate.

Una nota marca di uova di cioccolato ha incrementato molto i suoi guadagni inserendo una piccola sorpresa all’interno dei suoi famosi ovetti!

Forse non ci avete mai pensato, ma la sorpresa è un’emozione, ed anche una di quelle fondamentali.

È innata, è universale e universalmente riconosciuta… Già a 21 giorni di vita i bambini mostrano di provare sorpresa!

Potremmo addirittura dire che è l’incipit di tutte le emozioni, ma perché?

E soprattutto perché è così importante educare i bambini alla sorpresa?

FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA…

Provate ad osservare un po’ l’espressione del bimbo in foto, cosa notate?

Gli occhi sono spalancati, la bocca è aperta per inspirare tutta l’aria possibile, le sopracciglia si inarcano e si alzano, a cosa vi fa pensare tutto questo?

La sorpresa è l’emozione che dura meno, spesso solo un secondo, ma in quel secondo il nostro corpo si prepara all’azione e all’emozione successiva, piacevole o spiacevole che sia.

Un nuovo stimolo, qualcosa di inaspettato, provoca nella muscolatura umana e sul viso una tensione improvvisa: cerchiamo di osservare meglio e per questo allarghiamo lo sguardo, prendiamo aria per prepararci ad ogni tipo di azione. Ai primordi della vita umana una sorpresa poteva rivelare la presenza di una minaccia, e quindi la paura e la necessità di fuga, o di una preda, e quindi la gioia e la necessità di attaccare.

Insomma, anche la sorpresa è altamente adattiva e funzionale, come tutte le altre emozioni fondamentali.

La sorpresa ha il privilegio di oscurare tutti gli altri stimoli: un oggetto comparso all’improvviso catturerà la nostra attenzione tanto da non badare più alla strada che stiamo percorrendo…

Un episodio con effetto sorpresa si lega indelebilmente alla nostra memoria, diventando quel ricordo preponderante anche in presenza di altri momenti più importanti ma prevedibili…

La sorpresa ci introduce in altre emozioni positive o negative, che daranno vita ad altri ricordi…

Cosa ci dice tutto ciò?

Che la sorpresa è la nostra bacchetta magica in presenza di un bambino, è il nostro potere segreto, l’asso nella nostra manica!

Mi spiego meglio:

Il bambino sta mettendo in scena un capriccio da oscar, vuole un giocattolo al supermercato e non sembra importargli molto che noi siamo stanchi, abbiamo lavorato tutto il giorno e abbiamo fretta di tronare a casa e cucinare… che fare? Sorprendiamolo… si aspetterebbe che ci arrabbiamo, che lo sgridiamo, e invece tiriamo fuori dal cappello una magia, “un basilico magico, che abbiamo appena comprato, che, se torniamo in fretta a casa, ci servirà per fare una pozione per fare sogni meravigliosi!” Probabilmente il basilico assumerà all’improvviso una luce stupenda e potrebbe far passare in secondo piano quel nuovo omino di lego tanto agognato e per cui sta piangendo da 20 minuti…

Una lezione di matematica alla primaria sarà molto più attraente se riuscissimo ad inserire un elemento sorprendente, una musica introduttiva, un’attività a sorpresa appena finita la lezione…

Un bimbo di scuola materna potrebbe aumentare i tempi di attenzione nell’ascolto di una storia, se sapessimo introdurre uno stimolo nuovo e inaspettato, una voce strana e diversa dalla nostra, una marionetta comparsa all’improvviso, un suono…. Lo sapeva bene Rodari quando diceva: C’era una volta cappuccetto… verde… blu… giallo…

Spesso ci sono periodi in cui siamo presi dal lavoro più del solito: trovate il tempo di fare una sorpresa ai vostri bambini: un’uscita pre tempo da scuola ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno, una gita non programmata in un luogo magico, un pranzo a base di patatine fritte… (sono e devono restare sorprese, perciò saranno sporadiche, quindi non inorridite leggendo!!!)

Un’ultima precisazione:

La sorpresa non sempre porta ad un’emozione positiva, potrebbe seguirne una delusione e quindi tristezza o rabbia!

Anche questo è molto importante per la sua crescita: il bambino potrebbe sentirsi eccessivamente vulnerabile se l’elemento sorpresa delude le sue aspettative, in questo caso sosteniamolo e stiamogli accanto. Spieghiamogli che le cose nuove possono piacerci o meno, ma che vanno esperite per scoprire cosa ci piace e cosa no, e fare piccoli passi in più nella costruzione della nostra personalità.

La follia in adolescenza

“SIATE AFFAMATI, SIATE FOLLI”

“Ma dove ha la testa?”

“Non ha un minimo di razionalità quando fa le cose?”

“Ma non pensa al suo futuro?”

Domande come queste sono all’ordine del giorno per ogni genitore di adolescenti…

Sembrano pure domande genitoriali, come quelle che i nostri genitori probabilmente si facevano su di noi.

In realtà, come spesso accade, i genitori usano le parole più adatte per descrivere quello che stanno vivendo, quello che provano i protagonisti del racconto.

COSA E’ IMPORTANTE CHIARIRE…

Le neuroscienze ci dicono che…

In genere non mi piace essere troppo scientifica e parlare in medichese, ma questa volta un paio di precisazioni serve.

Gli studi sul cervello possono spiegare in parte il mondo psichico degli adolescenti:

In adolescenza aumentano e migliorano i collegamenti neurali, migliorando l’efficienza e la velocità cognitiva, questo spiega l’estro, la creatività e la maggiore capacità intuitiva che spesso notiamo nei nostri ragazzi.

Ma questo spesso ci porta a pensare: ma è così intelligente, perché si comporta così impulsivamente??

Ecco che entra in scena un’altra area cerebrale: il lobo frontale.

Il giudizio, il tenere a bada gli impulsi, la capacità di pianificazione degli eventi, l’avere la pazienza, comprendere le intenzioni degli altri e il loro punto di vista sono gestite dai lobi frontali, anzi dalle connessioni che essi costruiscono con il resto del cervello.

Ecco, le aree cerebrali frontali sono le ultime a formarsi e a completare la loro maturazione.

Durante tutta l’adolescenza il lobo frontale continua il proprio processo di maturazione, incrementando progressivamente le connessioni con le altre aree cerebrali e questo processo continua fino ai trent’anni.

C’è quindi una spiegazione scientifica molto solida alla scarsa dimostrazione di comportamenti razionali in questa fascia d’età.

La psicologia ci dice che…

In adolescenza si sviluppa il nostro sistema identitario, decidiamo chi siamo e chi vogliamo diventare, si sviluppa l’identità sessuale e si definisce il mondo relazionale e sociale.

A tutto questo corrisponde un corpo in costante e repentino cambiamento, un corpo che non riconosciamo più come nostro e un mondo esterno in evoluzione, c’è più libertà, si ricerca meno la presenza di mamma e papà, si vive di più l’esterno della famiglia.

Come si fa a cercare di definirsi mentre tutto cambia?

Ci si spinge sempre più ai confini, si cerca sempre più di esplorare, di trovare il nostro limite estremo. Si cercano anche ideali assoluti e rigidi che ci sostengano e ci facciano sentire più al sicuro.

Come si traduce tutto questo nella realtà?

Davanti a noi abbiamo un ragazzo che spesso si trova in situazioni potenzialmente rischiose, che difficilmente soppesa i pro e i contro prima di agire, che non sempre riesce ad assumere il punto di vista altrui, ma che è anche molto intuitivo, che ama lottare per i propri ideali e che ha slanci di creatività elevatissimi: insomma un adolescente!

“SIATE AFFAMANTI, SIATE FOLLI”

Quando Steve Jobs ha pronunciato la parte finale del suo celebre discorso alla Stanford University di Palo Alto stava parlando al “nuovo” che avanzava, come lui stesso racconta in un’altra parte del discorso, ai giovani laureandi che l’adolescenza l’avevano appena attraversata. https://www.ilfoglio.it/articoli/2011/10/06/news/siate-affamati-siate-folli-il-discorso-di-jobs-alla-stanford-university-63259/

Anche questa volta si è dimostrato il genio visionario che conosciamo tutti noi.

È questo che dobbiamo trasmettere ai ragazzi che attraversano la fase più difficile e decisiva della loro vita.

Perché? Vi chiederete… mio figlio è già abbastanza affamato e folle senza che glielo dica io!!!

Perché da tutto quello che ho scritto in questo articolo si evince che gli adolescenti sono per natura affamati di vita e folli. Possiamo scegliere solo se essere accanto a loro o no…

Nella loro fame di vita decideranno le loro passioni, probabilmente la loro vita futura, a volte i loro compagni di vita e il luogo in cui vivere. Quante volte vostro figlio o un vostro alunno adolescente vi ha detto da grande vorrei essere un cantante, un attore, un medico o chissà che altro…

Cosa gli avete risposto?

Non saziate la loro fame, non togliete loro la voglia di cibarsi a morsi della vita: è il tempo dei tentativi, delle sperimentazioni, delle delusioni e delle sconfitte, ma anche delle vittorie e delle passioni più accese…

Permettete loro di scegliere di cosa cibarsi, aiutateli a comprendere come scegliere, non aiutateli a scegliere.

Non spegnete la loro follia… è la follia che li spingerà verso i loro sogni, che farà sorgere in loro i desideri, che accenderà quella luce che vedete negli occhi degli adolescenti pieni di vita.

Non siate spaventati, a questo punto avrete dato loro tutti gli attrezzi per poter sopravvivere, ma il vostro compito non è terminato: aiutateli a comprendere che ha tutte le carte in regola per scegliere, che è la sua follia che deve seguire, non quella del gruppo. Comunicate loro con forza che vi fidate di lui, del suo giudizio, che sapete che farà di tutto per evitare i rischi evitabili. Chiedete loro se si sono divertiti quando torna a casa, se sono innamorati, se hanno dei sogni… aiutateli a realizzare i loro sogni…

Sono molto grata ai miei pazienti adolescenti perché mi regalano sempre un po’ della loro vitalità stupenda e inebriante, mi insegnano come si fa a cambiare pelle quando quella vecchia va un po’ stretta, mi fanno sentire la forza di chi crede che ci sia un bianco e un nero, una parte giusta e una parte sbagliata.

Il mio compito è mostrare loro i chiaroscuri, permettergli di mostrarsi ancora un po’ bambini, qualora ne avessero bisogno, che possono riposarsi e dire no, che possono salutare la loro vecchia pelle e ringraziarla per averli protetti fino a quel punto e sostenerli mentre ne costruiscono una nuova… poi faccio il tifo per loro!

Siate curiosi dei vostri figli, della loro vita: vi regaleranno un po’ di quella fame e di quella follia che forse un po’ avete perso per strada…

La buca: adulti non abbiate paura!

LA BUCA

  di Emma AdBage edito da Camelozampa

Nel giardino della scuola c’è una buca. Lì si può giocare a tutto… nella buca ci entra tutta la fantasia dei bambini della scuola, tutta la loro creatività e tutta la loro vitalità.

La buca però fa un po’ paura agli adulti: ci si può far male nella buca, si può scivolare e cadere…

 Non fanno una bella figura gli adulti in questo libro… mentre lo leggiamo ci verrà proprio da pensare a quante paure, che appartengono solo a noi, trasmettiamo ai bambini, limitando la loro voglia di giocare…

Davvero la buca è più pericolosa dell’altalena o del pallone?

O forse la buca è qualcosa di nuovo, di diverso e per questo fa paura?

I bambini non hanno ancora le nostre costruzioni mentali, non hanno ancora le nostre paure preventive, una cosa fa paura se rappresenta una reale minaccia, non una possibile minaccia…

Quando, un giorno, una bimba della classe cade dagli scalini della scuola e le esce un mucchio di sangue dal naso, i grandi vietano di giocare dentro la buca…

Ma perché? Mica nella buca ci sono dei pericolosissimi scalini… Perché si!

(Quando si rendono conto di non avere una reale risposta logica i grandi rispondono così!)

Come i bambini cercheranno di tornare a giocare, nonostante gli adulti, lo scoprirete leggendo il libro…

Quello che conta è che la prossima volta che il vostro bambino vi farà venire voglia di urlare per la paura in cima allo scivolo più alto del parchetto… aspettate, contate fino a tre, non urlate, respirate, ingoiate il nodo che vi stringe la gola…

Pian piano avvicinatevi chiedetegli se si sente sicuro nel fare quello che sta facendo… se vi risponde si… respirate nuovamente e ditegli che per la prima volta gli starete vicino così se dovesse avere qualsiasi tentennamento voi sarete lì accanto…

Se vi risponde no… chiedetegli come potete aiutarlo, se vuole che lo aiutate a scendere dallo scivolo, o vuole scivolare tenendovi la mano, o vuole che lo aspettiate alla fine…

Abbracciatelo e assicurategli che la prossima volta magari ci riproverà e magari ci riuscirà, o forse no… chi lo sa… ma voi sarete lì!

Non vorrete mica fare la brutta figura degli adulti musoni del libro???

La paura dei bambini

LA PAURA

È da poco passato Halloween… che lo festeggiate o no, è un po’ un emblema di quanto l’uomo ha sentito da sempre il bisogno di esorcizzare, nascondere e camuffare l’ignoto e l’oscuro, ciò che non vediamo e non conosciamo.

Cosa fare quando il bambino ha paura? Perché ha paura? Di cosa ha paura?

PER PRIMA COSA UN PO’ DI CHIAREZZA…

La paura è adattiva, è utile… insomma ci serve!!

La paura è una delle emozioni più primitive, più istintive. Hanno paura gli animali, i bambini, gli adulti: tutti noi abbiamo paura.

La paura ci aiuta a riconoscere ed evitare una minaccia, e poi ci aiuta a segnalare agli altri che è presente un pericolo. Perciò è un’emozione immediata, funzionale, essenziale per tutti gli esseri animali e quindi umani.

Ma di cosa hanno paura i bambini?

Proviamo a pensare un attimo alle nostre paure…

Qualcuno avrà paura del buio, qualcun altro avrà paura dell’altezza, qualcuno degli sconosciuti, qualcuno dei ragni, qualcun altro dei cani… può essere un elenco lunghissimo e variopinto.

Ognuna di queste paure, a suo modo, è potenzialmente pericolosa, ma perché non tutti hanno paura degli stessi stimoli?

Innanzitutto chiariamo che se un bambino richiama la nostra attenzione con insistenza appena resta al buio, mentre un altro ci chiede di spegnere la luce perché è divertente giocare a nascondino, non vuol dire che uno ha paura del buio e l’altro no: è solo un diverso modo di rispondere alla paura!

Di fronte a qualcosa che ci spaventa possiamo fuggire a gambe levate ed evitare la situazione spaventosa; possiamo trovare eccitante il lieve brivido che ci scorre lungo la schiena e l’idea di essere talmente potenti da poter sconfiggere la paura; possiamo scegliere di affrontarla, magari con un valido aiutante, come nelle migliori favole…

Un altro aspetto da chiarire riguarda il fatto che alcuni stimoli che impauriscono non sono indiscutibilmente pericolosi per tutti. Mi spiego meglio: a fronte dei milioni di amanti dei cani, ci sono milioni di persone che li trovano spaventosi e non ne accarezzerebbero mai uno… Perché?

Perché molto spesso è la nostra cultura, educazione, storia e definire cosa per noi è spaventoso

Molto probabilmente un bimbo messicano non sarà così spaventato da teschi e rievocazioni di spiriti, come ci insegna il film Coco… Il figlio di una famiglia di circensi potrebbe non provare terrore di fronte ad una tigre…

Questo che vuol dire? Che dovremmo esporre il nostro bambino a ogni tipo di stimolo, anche il più spaventoso, in modo che da adulto non abbia paura di nulla? Che bisognerebbe non aver paura di nulla davanti agli occhi di nostro figlio per comunicargli che la paura non esiste?

No!

La paura è importante, inevitabile come tutte le altre emozioni primarie, e va ascoltata e accolta.

L’antidoto per la paura è solo la rassicurazione!

Perciò? Che fare?

4 COSE DA EVITARE:

1.Mai prenderlo in giro! Se avete letto altri miei post sulle emozioni avrete ormai capito che questa è una cosa da non fare mai, per nessun tipo di evento nella vita del bambino… In questo caso prenderlo in giro porterà con sé la convinzione che non si possono esprimere liberamente le proprie emozioni e si sentirà inadeguato e in colpa

2. Evitare anche di iperproteggerlo, o di rassicurarlo in maniera eccessiva e teatrale, gli trasmetterà che c’è effettivamente uno stimolo molto spaventoso e una paura molto difficile da superare.

3. Evitiamo di esporre il bambino ad ogni tipo di discorso o immagine che trasmetta paura. Specialmente in questo periodo in cui tutto in tv parla di paura e di spaventosi virus, è importante non esporre il bambino a tv e discorsi: il rischio è che sentirà le paure altrui più forti delle proprie paure.

4. Non puntare sulla sua forza d’animo. Le paure vanno affrontate con pazienza e con il giusto tempo. Presentare al bambino lo stimolo pauroso troppo presto e in modo troppo diretto può trasformare la paura in terrore e ansia: supererà i suoi limiti quando vorrà e si sentirà pronto.

6 COSE CHE POSSIAMO FARE:

  1. Parola d’ordine: Rassicurazione! Facciamo capire al bambino che noi ci siamo, che qualsiasi cosa possa accadere noi gli saremo accanto, lo sosterremo e lo aiuteremo a superarla. In questo modo qualsiasi sia l’oggetto della paura non sarà così terribile!
  2. Permettiamo al bambino di esprimere le proprie paure, qualsiasi esse siano, semplicemente ascoltiamolo, stiamogli accanto.
  3. È importante che il bambino impari che la paura può essere superata, non che la paura non esiste! Trasmettiamogli che anche noi possiamo provare paura, ma che riusciamo a superarla e a parlarne prima che diventi terrore e ansia e fobia!
  4. Offriamogli la nostra presenza, la nostra vicinanza: non c’è mostro che non possa essere sconfitto grazie ad un aiutante efficace!
  5. Troviamo nei suoi libri o storie preferite degli eroi, a cui fare riferimento quando la nostra presenza fisica non è possibile, che lo accompagnino quando è solo, o in compagnia degli amici e che pian piano possano diventar parte di lui del suo mondo interiore.
  6. Se la paura è stimolata da un oggetto o un animale o una situazione fisica particolare possiamo avvicinarla pian piano insieme a lui, lentamente e in tappe successive.

DISTINGUIAMO LE PAURE

Le paure cambiano e si modificano nelle diverse età: se verso l’anno compare la paura dell’estraneo, e prima ancora la paura dell’allontanamento fisico della mamma, a 5 o sei anni può comparire la paura della scuola o del temporale… all’inizio ci sono paure più innate e primordiali, man mano che si cresce le paure diventano più cognitive e meno immediate.

Sono paure comprensibili e naturali: a sei mesi davvero un bambino senza la sua mamma non sopravvivrebbe, è il modo in cui la natura ci aiuta a prenderci cura del bambino quando ancora non sa esprimersi al meglio.

Quando inizia la scuola la paura è quella di un ambiente nuovo, o di una prova difficile da superare.

Le altre paure possono derivare da un trauma, un’associazione tra una determinata situazione e qualcosa di spaventoso.

Molto spesso la paura è legata a qualcosa che non si conosce o è di difficile lettura: è il caso della paura degli animali, il cui comportamento è di difficile interpretazione. Anche la paura del buio può appartenere a questa categoria, non si sa cosa ci sia nel buio, e perciò incute timore, ma può essere anche legata alla paura dell’abbandono e della solitudine.

Perciò è importante comprendere cosa c’è dietro la paura, per essere più efficaci e per aiutare al meglio il bambino. È importante sintonizzarci sulla giusta età del bambino, non trattarlo troppo “da grande” e nemmeno troppo “da piccolo”. Ogni età ha le sue parole, i suoi eroi e le sue modalità di affrontare le situazioni: facciamoci guidare dal bambino, facciamogli domande e ascoltiamo le risposte con empatia ed attenzione… ci indicherà la strada giusta!

UN’IMPORTANTE DISTINZIONE!

La paura è connotata da uno stimolo reale e possibile.

Quando la paura è marcata e persistente, eccessiva o non reale, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifiche (per esempio: fobia di volare, di vedere il sangue, di ricevere un’iniezione, dell’altezza, di determinati animali) probabilmente è diventata una fobia.

Un’ulteriore prova è data dal fatto che l’esposizione all’elemento fobico provoca una risposta ansiosa immediata che può sfociare anche in attacchi di panico.

I bambini manifestano le loro ansie con scoppi di rabbia improvvisi, oppure irrigidendosi e piangendo e attaccandosi morbosamente alla presenza di qualcuno. Spesso la situazione fobica viene evitata, limitando anche la vita quotidiana…

Se notate questo tipo di paure, o anche se avete dei dubbi in merito cercate un professionista con cui parlarne: è meglio agire tempestivamente, evitando che la fobia diventi cronica e invalidante.

La didattica a distanza in adolescenza

LA DIDATTICA A DISTANZA

Ebbene si, è arrivato, il tanto temuto DPCM che impone il 75% della didattica a distanza per le scuole superiori è attivo.

Molto probabilmente i genitori si stanno chiedendo… Chissà che faranno a casa tutto il giorno mentre io sono al lavoro? Perderanno momenti importanti per la loro crescita sia relazionale che scolastica? Come faccio a fargli capire che è un periodo complicato in cui è necessario restare a casa senza spaventarli più del dovuto? Come responsabilizzarli rispetto all’importanza dell’autogestirsi rispetto alla DAD?

Molto probabilmente i figli si stanno chiedendo… riuscirò da solo a casa ad essere all’altezza della DAD? Come faccio ad essere vicino ai miei amici anche durante una pandemia, senza la scuola? A volte ho paura del covid, ma sono troppo giovane per ammalarmi sul serio…oppure… A scuola non mi trovavo bene, mi stancavo, mi prendevano in giro e prendevo brutti voti, in fondo non è male restare chiusi in casa!

SONO DOMANDE E PENSIERI LECITI, SANI E, PERCIO’, AMMISSIBILI!

CERCHIAMO DI RIFLETTERE INSIEME SULLE POSSIBILI RISPOSTE…

Iniziamo dal luogo della dad: è importante scegliere insieme ai ragazzi dove intendono sistemare il computer e creare uno spazio dove poter avere accanto libri e quaderni. Un luogo ben illuminato, lontano dalla tv, dove il segnale wifi arriva bene e dove il passaggio di fratelli o genitori può essere evitato o limitato. Si può esporre in questo spazio un planning con l’orario di dad e l’orario dedicato ai compiti post didattica e alle pause.

I tempi della dad: concordate insieme ai ragazzi, tenendo conto dell’orario stabilito dai professori, come gestire al meglio le ore, prevedendo insieme a lui pause in cui fare merenda, modalità con cui relazionarsi con i compagni, momenti in cui poter guardare i social…

Rispetto ai social: meritano un approfondimento. Infatti non illudetevi pensando che i ragazzi di non accedano ai social mentre hanno un device davanti: sono soli in casa e non sono sorvegliati da nessuno… è proprio una battaglia persa in partenza! Piuttosto si può chiedere loro di avere rispetto per l’insegnante e non distrarsi mentre spiega. Si può far notare loro che è difficile anche per i docenti questo nuovo modo di fare scuola e che è necessario l’impegno di tutti. Si può dare loro fiducia, spiegare ai ragazzi che siete sicuri che riusciranno a resistere per un paio d’ore senza guardare l’ultima notifica appena apparsa. E, se siete in smart working a casa, potete dar loro l’esempio: fate una gara, chi riesce a non guardare il cellulare per più tempo? Non fingiamo che anche noi non siamo dipendenti in una qualche maniera dai social!!!

Chiedete e ascoltate: quando tornate a casa, o quando terminate il lavoro, chiedete com’è andata, se sono riusciti a restare collegati per tutto il tempo, se hanno avuto problemi, di che tipo. Lodateli per la resistenza: richiede molta più energia cognitiva seguire attraverso uno schermo piuttosto che dal vivo.

Interessatevi a tutti gli ambiti della loro vita: non concentratevi solo sulla scuola, chiedete anche se sono riusciti a chiacchierare un po’ con i loro amici, se hanno visto un po’ di tv e cosa hanno visto.

Fate un esame di realtà rispetto al covid: è pericoloso, è importante essere attenti e rispettare tutte le misure igieniche che ci hanno insegnato in questi mesi, è importante che sappiano che un loro comportamento a rischio può essere pericoloso per loro, ma può essere molto più pericoloso per nonni e parenti più grandi. Ma non spaventateli, vivono un periodo difficile, sono bombardati da notizie e opinioni, non è necessario che anche i genitori contribuiscano a ciò.

Chiedete aiuto a tutta la famiglia: chiedete a nonni e zii di telefonare ai ragazzi mentre siete al lavoro, di mantenere un contatto (non troppo inquisitorio!) con loro attraverso chiamate e videochiamate; è un monitoraggio che può contribuire a farli sentire contenuti e visti, senza sentirsi troppo controllati.

Ricordate che siete gli unici, o fra i pochi, contatti in presenza che hanno. State loro vicino con tatto, parlate loro e dedicategli del tempo. Sarà sufficiente mezz’ora al giorno, ma di qualità, di ascolto e di vicinanza per comprendere se c’è qualcosa che non va.

Se vi accorgete che c’è un eccessivo ritiro dalla vita sociale, un isolamento, oppure notate comportamenti a rischio, che denotano scarsa protezione di sé, non esitate a rivolgervi ad un professionista che, agendo tempestivamente, potrà migliorare l’equilibrio familiare in  minor tempo.

Chiedimi cosa mi piace

CHIEDIMI COSA MI PIACE

   illustrato da Suzy Lee e scritto da Bernard Waber

Un libro che è un trionfo di colori autunnali, che profuma di foglie secche e di pioggia mattutina, di aria frizzante d’ottobre…

Un papà e una bambina, che si preparano per uscire, e poi, la magia del loro dialogo: non bisogna mai dare per scontate le risposte…

La bambina desidera che il papà le chieda cosa le piace, il papà scopre, domanda dopo domanda, sua figlia, la sua vita, i suoi desideri.

Questo libro mostra come porsi davanti al bambino in ascolto curioso e interessato, con atteggiamento aperto e accogliente.

Il papà impara come porre domande, e la bambina può riflettere su di sé, sui suoi desideri, su cosa le piace e cosa non le piace. Può così crescere, aumentare la sua autostima, essere rassicurata e sentirsi amata.

Un libro dai toni caldi, visivi ed emotivi.

Chiudendo il libro vi verrà spontaneo chiedere ai vostri figli: “Cosa ti piace?”

Resterete stupiti dalla profondità delle loro risposte… provare per credere!